Il Giudizio Universale di Michelangelo: la forza dell’ espressione

Cappella Sistina: Giudizio UniversaleLa vigilia di Ognissanti del 1541, vide il rivelarsi dell’opera che più profondamente sia riuscita a radicarsi nell’inconscio collettivo di un’epoca e nell’organigramma della civiltà occidentale in generale; tale data, infatti, segna il giorno fatidico in cui “Il Giudizio Universale” di Michelangelo fu scoperto ed esposto all’attenzione del grande pubblico di tutta Europa.

Ben presto l’entusiasmo generale, di fronte ad un’opera di tale incisività e potenza, raggiunse livelli enormi e fu il motivo di un vero e proprio fenomeno di pellegrinaggio per poter ammirare la bellezza terrificante dell’affresco.

L’abbiamo chiamata terrificante non a caso: in essa, il tormento interiore dell’artista e le inquietudini di un’epoca prendono forma attraverso un linguaggio semantico consueto all’iconografia pittorica tradizionale, ma su cui interviene un profondo intervento individuale da parte di Michelangelo, che riesce così a creare un ponte tra le proprie inquietudini individuali e i contenuti di portata cosmica espressi nell’opera.

Pertanto, se si vuole attuare un’analisi in profondità del “Giudizio” bisogna innanzitutto relazionarlo alla vita del suo autore,da sempre in bilico tra un’intensa spiritualità e una fame d’assoluto che si risolveva in una spasmodica ricerca di una catarsi interiore ed un’ accesa passionalità che lo relegava in una passionalità selvaggia, che negli anni della vecchiaia divenne un peso insopportabile di cui sbarazzarsi.

L’intera opera di Michelangelo, quindi, potrebbe essere letta come il campo di battaglia in cui si palesa in maniera grandiosa e spaventosa al contempo, la conflittualità tra la sfera Intellettiva dell’uomo (che qui va interpretata attraverso il filtro della filosofia platonica e non secondo un’ accezione banalmente razionalistica di stampo Illuminista) e le pulsioni istintive (il tymon) che lo legano al mondo della contingenza, della bruta materialità e quindi, secondo l’ottica cristiana dell’artista, lo indirizzano verso il mondo infero.

Questa incompatibilità sostanziale tra questi due universi opposti, tuttavia entrambi conviventi nella psichicità profonda di ogni individuo, trova la sua rappresentazione più grandiosa e “tragica” proprio nel “Giudizio Universale”: su uno sfondo azzurro cupo (un tributo all’iconografia bizantina, che vedeva in esso la dimensione metatemporale dell’eternità, sede della potenza divina) assistiamo al brulicare di un umanità vermicolare che, nelle forme più scomposte e disarmoniche, esprime la propria ansia di fronte al momento fatidico della fine dei tempi, in cui il rinnovato regno della “Seconda Gerusalemme”, il regno dell’essere e della trascendenza, è destinato a rimpiazzare il mondo del panta rei, dell’incessante divenire.

E’ la massa umana, pertanto, rappresentata in una cruda fisicità attraverso l’utilizzo di tinte fosche, a dominare lo spazio, a frazionarlo, a fungere da indice barometrico per poter comprendere a fondo quali potevano essere gli stati d’animo dell’artista, che di lì a breve avrebbe cominciato un’ appassionata corrispondenza con Vittoria Colonna, a cui comunicò il proprio disagio interiore di fronte all’esperienza, oramai vicina, della morte.

Una delle cose che turbò più profondamente i contemporanei di Michelangelo (a cui si unì Pietro Aretino) fu l’esibizione di nudità considerate indegne di apparire in un luogo sacro; in effetti, l’artista mostra senza veli sia l’ umanità penitente che la gran folla di Santi. Eppure tale similitudine è solo apparente: se nel caso dei mortali la nudità non fa che evidenziare la sofferenza e le contorsioni animalesche dei soggetti, la nudità dei Santi è una nudità che manifesta la perfezione dell’Ideale umano nella sua semplicità, nella sua purezza assoluta che trascende ogni raptus istintivo.

Nonostante l’opposizione sopraccitata tra queste due “schiere” l’inquietudine, sebbene non esprimentesi attraverso il dolore inconsulto del resto dell’umanità, nei Santi è ben presente: essa traspare attraverso la caratterizzazione che l’artista non ha mancato di infondere in ogni sguardo, in ogni gesto, che, in perfetta coordinazione con gli altri, riesce ad esprimere una sensazione di sospensione e attesa, interamente orbitante attorno alla figura del Cristo.

Egli è rappresentato in una forma piuttosto desueta rispetto all’iconografia tradizionale, qui, infatti, non è un Cristo sofferente, piegato dalla sofferenza, né si presenta in qualità di salvatore, bensì è visto come un Cristo rigenerato, rappresentato come una divinità olimpica, che, con calma apollinea, si appresta a metter fine alla storia, per mezzo di un unico gesto.

Perché l’opera, già al momento in cui fu realizzata, ottenne una fama inaudita è facilmente spiegabile: essa si pone verso la fine del Rinascimento, periodo in cui era possibile presagire i fenomeni caratterizzanti del secolo successivo, ovvero gli stravolgimenti apportati dalle nuove scoperte scientifiche ed una conseguente “fuga del centro” e “perdita di equilibrio” di ogni ramo della cultura, che in campo artistico si palesò attraverso le strutture dinamiche e asimmetriche della scultura barocca.

Quindi ogni qual volta ammiriamo la parete di fondo della Cappella Sistina, oltre che apprezzarne le qualità estetiche, rammentiamoci del fatto che in essa possiamo trovare segni evidenti della psichicità del suo autore e dell’immaginario collettivo di un’intera civiltà alla vigilia di un cambio d’epoca.

 

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