Perché la civetta sul cavallo di Marco Aurelio va osservata con attenzione?

La statua di Marco Aurelio al Campidoglio

La statua posta davanti al Campidoglio ha sempre avuto qualcosa di speciale. Fu l’unica statua equestre che venne salvata dalla distruzione fra quelle del Foro e venne trasferita in Laterano a rappresentare Costantino. In realtà il cavaliere non era lui, ma era -come tutti ben sanno- Marco Aurelio, imperatore e filosofo, ma a quel tempo, tutto ciò che serviva era una statua in bronzo del sovrano, e nessuno si preoccupò più di tanto di un tale incredibile scambio di persone.

Alla fine quel bronzo era sufficientemente nobile e autorevole per incarnare simbolicamente l’immagine del mondo antico che si era piegato alle novità religiose provenienti da Oriente. Costantino aveva sancito quell’arrivo con l’Editto di Milano? Costantino aveva costruito il Laterano per far praticare quella religione in santa pace? E allora ecco trovatagli un’immagine, un’icona, per raccontare la sua storia ai posteri. Senza troppi problemi sull’accuratezza dell’attribuzione e con lo stesso spirito “riciclatore” che stava facendo sopravvivere la Roma medievale sulle rovine di quella antica, la sistemarono lì, nel nuovo “cuore” dell’Urbe, a vigilare su elezioni papali e feste di popolo.

Una delle più importanti a cui prese parte, nel 1347, era in onore del senatore megalomane: Cola di Rienzo. Per l’occasione — fu l’evento dell’anno non c’è che dire — con un miracolo di ingegneria idraulica, dalle narici del cavallo di razza nordica montato da Marco Aurelio furono fatti fuoriuscire vino bianco e rosso. Il ciuffo sulla testa dell’equino sfidava gli elementi, l’imperatore guardava la “sua” città dall’alto in basso, Cola la voleva governare secondo una tradizione inventata da lui e il popolo godeva e ammirava la statua con l’adorazione con cui l’ubriacone adora le botti di un’osteria, increduli che invece delle solite caccole, dalle froge della bestia, almeno per una volta, uscisse vino.

Durante la festa, il sole caldo dell’Urbe, deve averla fatta scintillare non poco sotto i suoi raggi, perché oggi ciò che ammiriamo sotto le ampie vetrate disegnate dall’architetto Aymonino nei Musei Capitolini non è che la parte più umile della statua di Marco Aurelio, essendo nata placcata in oro, brillante e regale come si addice all’immagine di un imperatore assai raffinato. Quell’oro, insieme a tutto ciò che di prezioso custodiva la Roma dei tempi gloriosi ovviamente era scomparso anche all’epoca della sua presenza in Laterano. Ne sopravviveva forse soltanto qualche scheggia in più di oggi. Qua e là, sulla faccia del cavallo, sulla testa del sovrano, sul posteriore dell’animale.

E visto che per secoli tutti pensavano che si trattasse di Costantino, appare un peccato veniale il fatto che tradizionalmente a Roma si credesse anche che il rivestimento fosse il bronzo e non il contrario e che quei bagliori ricchissimi altro non erano che la vera materia della statua, prossima a rivelarsi. Inutile dirlo, ma non accadde mai. E forse è meglio così. Nel frattempo il Marco Aurelio fu spostato nel Cinquecento in Campidoglio, dopo aver resistito all’abbandono della vecchia sede papale, a più di qualche disputa scandalosa (addirittura un papa femmina!), ai briganti e agli incendi che durante il periodo avignonese imperavano in quella parte di Roma.

Fu proprio allora che una delle tante leggende dell’Apocalisse si concentrò sul materiale di costruzione dell’opera e in particolar modo si appuntò proprio su quel ciuffo di crini malandrino che sfidava gli elementi da secoli. Lo chiamarono la civetta, perché alla fine è vero: assomiglia proprio a un uccellino poggiato sulla testa del cavallo (e anche questo è uno scambio che va aggiunto alla lista degli equivoci circolati intorno al Marco Aurelio del Campidoglio). In ogni caso, alla civetta fu conferito un potere strano, la capacità di rianimarsi in seguito al verificarsi di una condizione specifica quanto improbabile.

Quando la statua diventerà tutta d’oro e la civetta canterà, allora sarà la fine di Roma e, quindi, (il quindi è dei romani) di tutto il mondo conosciuto. Non è la prima volta che nell’Urbe si tira in ballo l’Armageddon, lo si faceva abitualmente il 24 giugno in occasione della festa di san Giovanni, quando si celebrava facendo bene attenzione a non strillare troppo per non svegliare Er Nocchilia, la bestia mostruosa portatrice dell’Apocalisse temporaneamente addormentata sotto la Scala Santa. A questa tradizione si aggiunse poi anche la statua di Marco Aurelio, al cui cavallo (o meglio al suo ciuffo birichino) è affidato il compito di annunciare la fine di tutto. E la questione impone una riflessione. Quale senso di precarietà e di disastro imminente doveva attanagliare le viscere dei romani se a ogni piè sospinto si temeva la distruzione dell’universo?

Era forse la memoria storica di una città che stava lentamente risorgendo dal tracollo degli anni dell’Impero quella sensazione maturata nei secoli che tutto ha un termine e che le “feste” durano sempre troppo poco? Non si sa, anche perché non si conosce esattamente il momento storico in cui ha cominciato a circolare la leggenda della “civetta” di Marco Aurelio. Ma che a Roma l’Apocalisse dovesse partire anche dal Campidoglio è stata una certezza da sempre. Lo era per esempio anche per Belli che infatti scrisse: «E si ttu gguardi er culo der cavallo / e la faccia dell’omo, quarche innizzio / già vederai de scappà ffora er giallo. / Quanno è poi tutta d’oro, addio Donizzio: / se va a ffà fotte puro er piedistallo, / ché amanca poco ar giorno der giudizzio».

TRATTO da :
101 Perché sulla Storia di Roma che non puoi non sapere. – I. Beltramme – Newton Compton, Roma – 2008

 

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